Smart Working, il termine di cui si è più abusato degli ultimi mesi

  • 10 Maggio 2020

“Siamo tutti in smart working!”, “Oramai lavoriamo tutti da casa”, “Con il lavoro da remoto non usciamo più”. Queste sono solo alcune delle poche frasi che si potevano leggere su LinkedIn o magari al supermercato quando si parlava di presenza al lavoro. In effetti questo coronavirus è stato, anche sotto questo punto di vista, assolutamente dirompente.

Abbiamo avuto, per la prima volta, questa parolina magica sulla bocca senza però, a parer mio, capirne bene il reale significato.
Premetto che essermi trovato a lavorare da remoto ha creato non pochi disagi a me e alla mia famiglia, questo perché non ho la possibilità di usufruire di una stanza in cui potermi isolare e perché la compresenza (forzata) dei miei bimbi ha reso tutto molto complicato. Quindi, senza spiegarlo, dico subito che per vivere un’esperienza di smart working i figli devono poter andare a scuola e, sopratutto, devi poter disporre di uno spazio in cui vivere la tua giornata lavorativa. Poi vedremo cosa significano queste cose, sembrano marginali o applicabili solo a me, ma in realtà la questione degli spazi e dell’organizzazione del tempo è centrale. Ma andiamo con calma e procediamo per gradi.

La legge 81/2017

Tutto è iniziato 3 anni fa con la legge 81/2017 grazie alla quale si introduce il lavoro agile, o “smart working”, inteso non come nuova tipologia contrattuale, ma come modalità di svolgimento della prestazione lavorativa i cui presupposti sono:

  • flessibilità riguardo gli orari di lavoro
  • flessibilità rispetto alla sede da cui si svolge il lavoro
  • spinta verso l’impiego di strumenti informatici e telematici
  • assenza di una postazione fissa all’interno dei locali aziendali

Si intravede subito un bel cambiamento nei paradigmi a cui siamo abituati. Questa nuova modalità ha infatti lo scopo di aumentare la competitività e migliorare il bilancio vita-lavoro ma sopratutto di impostare, di comune accordo, fasi, cicli e obiettivi, i quali devono essere portati a termine proprio senza vincoli di orario di luogo lavorativo. Questo sarà reso possibile dall’utilizzo di mezzi telematici. Usciamo dallo schema 9-13 14-18, la giornata lavorativa si spalma potenzialmente su 24 ore, non c’è più obbligo di rispettare orari, salvo accordi stipulati. Il lavoratore, potenzialmente, può anche lavorare meno ora, purché rispetti gli obiettivi.

Il lavoro agile prevede, ovviamente un accordo scritto stipulato tra le parti. L’accordo prevede di regolamentare la parte amministrativa, intende disciplinare lo svolgimento del lavoro svolto lontano dall’azienda e, cosa più importante, prevede di tutelare il diritto alla disconnessione del lavoratore dagli strumenti indormatici di lavoro.

UN CAMBIAMENTO MOLTO FORTE

Il cambiamento è forte e in questi ultimi tre anni ha coinvolto per lo più grandi aziende, dove le strutture sono solide e dove, evidentemente, passare da un modello di managerialità all’altro è stato più semplice.

Questa evoluzione nel rapporto lavoratore-datore di lavoro sembra una semplice agevolazione per la vita del lavotore ed una semplificazione dei rapporti di lavoro. Di fatto è uno sconvolgimento fortissimo a cui essere preparati conviene a tutti.

La flessibilità oraria ad esempio contempla fiducia quasi cieca nel dipendente. Non che manchino gli strumenti di tracciamento o di verifica dell’operato di un dipendente, ma lasciare libertà di autonomia è una vera e propria concessione di libertà. Del resto perché tenere un dipendente in ufficio se ha già finito il lavoro assegnato? Sarà più felice un lavoratore che riesce ad anticipare la consegna di un compito e poi può godere del tempo risparmiato o una persona tenuta a forza in ufficio ad annoiarsi? Chi è più produttivo? Penso che le risposte siano abbastanza facili.

L’assenza di postazioni di lavoro fisse in azienda comporta un serio ripensamento degli spazi aziendali: posto che una compresenza di tutti i dipendenti sia un evento che accadrà difficilmente, non ha più senso avere sedi enormi, scaldare (e raffreddare) metri cubi, comprare arredo e cancelleria che non verranno sfruttati da nessuno. Una grande azienda, poniamo qualche migliaio di dipendenti, che trasloca non è una cosa molto semplice da gestire e da organizzare. Offrire benefit come spazi relax o aree di svago significa un ripensamento radicale degli ambienti aziendali.

Non è detto che tutte le azienda abbiano puntato su un alto impiego di tecnologia per tutti i livelli. Con la promulgazione di una legge del genere le aziende sono obbligate ad alzare gli standard tecnologici individuali e a diffondere cultura digitale all’interno dell’azienda, a tutti i livelli.

In ultimo, ma non meno importante, il rapporto con le scadenze sottointende che il lavoro dovrà essere organizzato, distribuito e portato a termine in modalità diverse.  Non più riunioni fiume quindi, ma brevi brief fissi in cui si segono regole e un’organizzazione prestabilite.

Nella tabella più su si vede quanto questa modalità abbia portato benefici nella vita privata e professionale dei lavoratori.

Alla luce di ciò ci si rende subito conto che quello che stiamo vivendo non è assolutamente lavoro agile. Stiamo lavorando tutti da remoto.
Non sono cambiati gli obiettivi, non è stato riorganizzato il lavoro, i meeting sono ancora incontrollati nella durata e siamo ben lontani dal vivere il lavoro senza ancorarlo ad una postazione fisica. Di fatto poi dobbiamo ricordarci che la maggior parte dei datori di lavoro non vede l’ora di tornare a vedere uffici pieni.
Stiamo chiamando smarti working qualcosa che non lo è affatto. L’auspicio è che molte realtà aziendali possano riflettere su quanto accaduto in queste settimane e su come, nonostante tutto, siano stati garantiti risultati e performance. Non è semplice lasciarsi contaminare da questo cambiamento ma non è nemmeno impossibile.

LA MIA ESPERIENZA

Arrivato a questo punto non posso che tornare alla mia esperienza di lavoro agile.
Vivere bene, serenamente e in maniera fruttuosa questa esperienza, prevede un minimo di preparazione della casa, che così si trasforma anche in ambiente di lavoro.
In relazione ai figli, ad esempio, è necessario che essi siano cresciuti (e quindi consapevoli di quanto i genitori stanno facendo)! In secondo luogo, è bene poter disporre di uno spazio, isolabile dal resto della casa, in cui poter svolgere il proprio lavoro. Quanto meno secondo la mia esperienza.
L’impiego di tecnologia presuppone una buona connessione internet: è vero che l’avvento di Netflix, Disney Channel e della tv on demand hanno favorito la scelta di buone connessioni, ma è anche vero che essendo costretti ad essere connessi tutto il giorno in ufficio, della rete a casa se ne può anche fare a meno (del resto ci sono compagnie telefoniche che offrono giga e giga di traffico dati). Non è questo il mio caso, ma so per certo che non tutti dispongono di una connessione internet a casa e che non tutti ne hanno una di buona qualità.

In conclusione, la mia idea di smart working (o lavoro agile che dir si voglia) è che sia assolutamente positiva, perché permette una vera ri-organizzazione della propria vita e del proprio lavoro. Ci responsabilizza e ci rende sensibili al raggiungimento del risultato e non del compiacimento di ego altrui. Per certo, questa riorganizzazione deve poter avere un luogo in cui svolgere il proprio dovere e, sopratutto, una porta da poter chiudere e da lasciarsi alle spalle nel momento in cui si è terminato il proprio lavoro!

Update del 17 maggio!

Questo video di Raffaele Gaito spiega molto bene perché lo smart working è innanzituto una questione culturale che investe i processi aziendali. Non è semplice attuare il lavoro agile ma nemmeno impossibile: l’importante è capire cosa si sta facendo.

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